Il Giornale – 30 gennaio 2004


Fuori dai cassetti

Paolo Bianchi


AVALON, L'ISOLA EDITORIALE CHE NON C'È

C'è un libro che andrebbe dato da leggere a tutti gli italiani che hanno un manoscritto nel cassetto. S'intitola Avalon - L'agenda dello scrittore. L'autore, Giorgio Maremmi, fiorentino, è anche un editore. A lui e ai suoi figli fanno capo diverse sigle editoriali (Firenze Libri, L'Autore Libri Firenze, Firenze Atheneum). Questo volume, che è una via di mezzo tra un pamphlet e un manuale d'istruzioni, è uscito per la prima volta nel 1976, ed è stato ristampato e aggiornato fino all'undicesima edizione. La dodicesima è prevista per quest'anno. Con uno stile ruvido e diretto Maremmi, che stampa libri ormai da quasi mezzo secolo, conduce l'aspirante autore in un viaggio della durata di dodici mesi/capitoli lungo le oscure e contorte strade del mondo editoriale. Quell'abbraccio spesso soffocante che coinvolge autore e editore, fatto allo stesso tempo di stima e diffidenza, aspettativa e delusione, e che dovrebbe trovare un suo distillato giuridico nel Contratto di Edizione, è nella realtà qualcosa di molto complesso, di metafisico perfino.

In Italia si pubblicano 6 libri l'ora ma se ne comprano in media 3 l'anno. Colpa forse della politica miope degli editori, ma quanto alle «prospettive per i nuovi scrittori», tanto vale che si mettano l'anima in pace: non ce ne sono. Innanzitutto, e qui il libro fornisce dati e cifre, l'impresa editoriale è un'impresa commerciale, che dovendo far quadrare i conti, non investe se non è sicura di un adeguato ritomo economico. Come se non bastasse la preferenza dell'editoria «grossa» verrà data a «macchiette, conduttori, sciantose, fustigatori televisivi, cantautori da grandi concerti, fantasisti del pallone, preti teleprotagonisti». Non che vengano letti: «II pubblico li compra per superficialità e piaggeria e conformismo, e in genere non li legge». A parte tutto questo, il successo di uno scrittore è legato a una «quota d'imponderabile». Con ciò, velleitari e vanitosi sono avvertiti. Fatti salvi tali presupposti, Maremmi dal fatale abbraccio non ha alcuna intenzione di sciogliersi.

Fuori dai salotti della letteratura aristocratica e fuori dalla Scuola del pianto («scrittori tetri svirilizzati... tutti travolti dall'autocommiserazione e dal delirio della delusione»), l'unica via da percorrere è quella che conduce, appunto, a una Avalon, una terra cavalleresca e leggendaria, una terra da Re Artù. Lì si trova, ammesso che esista, un uomo editore il quale «non può fare a meno di cercare qualcosa negli altri uomini, anche se non li ama, anche se è un solitario, anche se è un asociale. È convinto che il meglio degli altri uomini, il meglio di un mondo per troppi aspetti spiacevole, ma anche bello perché formicolante di cose imperscrutabili, venga soprattutto dagli uomini scrittori». È Giorgio Maremmi un editore alla ricerca di Avalon? Per capirlo basta curiosare fra i suoi titoli, 250 circa l'anno, per un catalogo complessivo di oltre 1.500, interamente riportato sul sito Internet www.firenzelibri.com. Si incontra di tutto: narrativa, poesia, saggistica accademica e non. Molti di quegli autori magari hanno spedito i loro manoscritti a editori che Maremmi stesso non esiterebbe a definire protervi, violenti, bugiardi, dilettanti, contrabbandieri, birbanti. Infine, sono approdati qui. Anche questi autori, forse, sono alla ricerca di Avalon.

E noi, non potendo dar conto, per ragioni di spazio, di tutti i libri del catalogo Maremmi, ci limitiamo a segnalarne alcuni di prossima uscita, come il saggio letterario Ungaretti traduttore di Gòngora, di Maria Antonietta Sirte. O quello di Antonio Ambrosone, intitolato Il pianeta bambino, sull'avviamento allo sport. O la biografia di Sigismondo Malatesta scritta da Maria Elisa Lizambri Santini. O il saggio di filosofia di Claudio Messori Le metamorfosi della meraviglia. O quello dedicato da Leonardo Magnani alla poesia di Paul Celan. O infine, il racconto per ragazzi di Maria Grazia Giumelli, L'isola degli animali felici. Toma in mente, infine, una frase di Jean Cocteau: «Gli scrittori sono sempre responsabili, ma non di ciò di cui vengono accusati. Sono responsabili del regime che li accusa; e che senza saperlo è influenzato da loro».


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